Pupi Avati

Cinema e musica, una straordinaria amicizia e una strisciante gelosia. Così Pupi Avati ama raccontare il rapporto con Lucio Dalla, l’indimenticabile maestro della musica italiana.  A due anni dalla scomparsa, vogliamo ricordarlo proprio con le parole di Avati agli studenti della Facoltà di Economia dell’Università La Sapienza, in occasione della seconda edizione di Oltre il pensiero economico, L’arte della speculazione.

Pupi Avati, 25 ottobre 2010, facoltà di Economia La Sapienza. Foto Alessandro G. Porcari
Pupi Avati, 25 ottobre 2010, facoltà di Economia La Sapienza. Foto Alessandro G. Porcari

«Cercate veramente i vostri talenti. Io ho speso dodici anni della mia vita nell’illusione di  diventare un grande musicista, per poi scoprire dal confronto con Lucio Dalla, che suonava meglio di me, quale  differenza sostanziale ci sia tra avere talento e non averlo. Io avevo molta passione, molta caparbietà, ero molto serio, studioso mi applicavo molto, ma non avevo talento per la musica; allora mi sono rifugiato nel mondo dei surgelati, nell’illusione che i sogni fossero tutti nel risparmio, che non avrei mai potuto ambire ad una professione in qualche modo straordinaria e vedere realizzati i miei sogni.

Poi mi sono ritrovato nell’oceano dei film e ho rimesso in moto impunemente un meccanismo di aspettative ed attese. Mentre la musica non mi riamava quanto io l’amavo, il cinema ha risposto in modo diverso alla mia dichiarazione d’amore.

Io so per certo che ognuno di voi ha un talento, una vocazione, perché ognuno di voi ha un’identità,  ha qualcosa di eccezionale, irripetibile. Ognuno di voi è il prescelto. Quindi quando voi state con voi stessi nel modo più sfrontato, che è il momento prima di addormentarvi, quando veramente immaginate della vostra vita delle cose che non avreste mai il coraggio di dire a nessuno, se non a voi stessi,  in quel momento accade. Pensate che io per tantissimi anni ho preparato il discorso di ringraziamento in inglese per la premiazione dell’Oscar. I vostri sogni si realizzeranno se individuerete i vostri talenti, la vostra vocazione, la vostra predisposizione, che non è detto che voglia dire fare l’attore o il regista, si può benissimo fare il consulente finanziario.

Si può essere creativi e totalmente realizzati e dire che si è, facendo qualunque cosa, in tremila ambiti diversi. L’importante è che voi riusciate a far coincidere la vostra vocazione con quello che fate; in quel modo voi direte chi siete, in quel modo voi non sarete più spettatori, quelli che riempiono le piazze per applaudire il cantante o il politico, che sono numeri di auditel, quelli che comprano i giornali, ma sarete uno. Quando io faccio i film,  io parlo sottovoce,  i miei film sono rivolti ad una persona sola; io non parlo per le masse, cerco di essere il più intimo possibile. In questo modo, cercate di non correre quando tutti corrono,  di rallentare, di essere voi stessi, indipendenti. C’è tanta demagogia in giro, tutti la pensano allo stesso modo, è veramente imbarazzante. E pensare che i ragazzi si rassegnano da subito ad essere così scontati, prevedibili, a non avere il coraggio di staccarsi, ad avere un’ identità che non vuol dire andare a fare la guerra, ma vuol dire avere una propria opinione. Si può anche essere disinformati, si può anche non leggere il libro che tutti leggono, vedere il film che tutti vedono, la musica che tutti ascoltano, si può vivere benissimo anche essendo diversi.

 Io credo anzi che più diversi siamo e più ci distinguiamo. E cerchiamo veramente di tenere in vita quel ragazzino che io molto spesso riesco a vedere anche in persone adulte, perché sono degli spiragli che uno lascia, da cui si vede la distanza che si è frapposta tra voi e quel bambino che era, che lo smentisce e lo rinnega e cerca sempre di soffocarlo. Voi no, non dovete farlo. Si può fare.

Io non voglio risolvere i problemi del mondo. Basterebbe già che uno tra i presenti, stasera, andasse a casa e pensasse che questo discorso l’ho fatto per lui o per lei, basta uno, allora valeva la pena venire qua. Ciao»

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