Elisabetta Ruspini

Quando mi è stato proposto di collaborare al progetto “Oltre il pensiero economico – Il valore della povertà”, non ho avuto dubbi a scegliere, come fonte di ispirazione, l’opera dell’illustratore Florian Doru Crihana catalogata con il n. 32.
Si tratta di un’immagine per me molto significativa, anche perché strettamente connessa con studi e riflessioni che caratterizzano il mio lavoro di ricerca in Sociologia. Provo a descriverla: una coppia di adulti (probabilmente due sposi, due genitori o due nonni) ricevono da una bambina (forse la loro bambina o la loro nipote) un salvadanaio; tutti e tre sono in piedi: i loro piedi poggiano su un salvadanaio di enormi dimensioni.
Come possiamo interpretare questa immagine? Cercherò di rispondere a questa domanda (offrendo un mio personale punto di vista) toccando tre punti.
 
1) Innanzitutto, il disegno ci fa capire che le nostre vite e la cultura nella quale siamo immersi (saperi, conoscenze, credenze, tradizioni, convenzioni, aspettative, significati, valori, ideali, norme e obblighi) poggiano su un’ampia e potente struttura economica che (volenti o nolenti) condiziona, dà forma, rende possibile o molto difficile il nostro vivere quotidiano. Denaro, soldi, investimenti, risparmi costituiscono una cruciale dimensione dei corsi di vita individuali e collettivi: plasmano le relazioni sociali; incentivano o smussano i conflitti; sorreggono i sistemi di discriminazione.
 
2) L’opera di Florian Doru Crihana sottolinea anche il ruolo cruciale giocato dalle identità femminili nella sfera economica. Innanzitutto, ragazze e donne costituiscono una parte sempre più importante della forza lavoro mondiale e il loro talento è una risorsa insostituibile per massimizzare il livello di competitività di ogni nazione. Non solo. Le donne tendono ad utilizzare meglio le risorse disponibili e a conseguire maggiori economie di scala. Sono infatti le donne a spendere i propri guadagni per le famiglie, per l’alimentazione, per migliorare l’amministrazione della casa: il denaro guadagnato dalle lavoratrici ha maggiori probabilità di essere speso per i figli di quante ne abbia quello guadagnato dal marito-partner. Se, cioè, in termini assoluti sono gli uomini a contribuire economicamente con maggiore forza all’aumento dei redditi familiari (guadagnando di più), in termini relativi le partner adattano e vincolano maggiormente le proprie strategie di spesa alle necessità familiari. Inoltre, il compito di occuparsi della gestione quotidiana del denaro, confrontandosi con conti, spesa, prezzi e di erogare periodicamente il denaro ai figli era e resta una responsabilità femminile. Pare perciò innegabile la funzione esercitata dalle donne nel proteggere altri membri del nucleo familiare dall’impatto della malattia, della disabilità, del disagio, della povertà. Ciononostante, sono gli uomini ad essere reputati più “bravi”, “capaci”, “affidabili”, “responsabili” e “competenti” all’interno della sfera economica. La forza degli stereotipi di genere (immagini, credenze, rappresentazioni ipersemplificate della realtà che influenzano il pensiero collettivo riempiendo di specifici contenuti le convinzioni e le idee di un determinato gruppo sociale rispetto a uomini e donne e ai rapporti tra essi) è tale da offuscare e contrastare l’esistente ed oggettivo contributo femminile a sostegno sia dell’economia monetaria che non monetaria.
 
3) Il disegno ci fa infine comprendere che una parte delle relazioni tra generazioni (bambini-adulti, genitori-figli, nonni-nipoti…) dovrebbe consapevolmente riguardare la socializzazione economica (una tematica che, purtroppo, desta ancora oggi scarso interesse all’interno della riflessione sociologica). Parliamo del ruolo giocato, nei processi di apprendimento, delle pratiche di amministrazione delle risorse monetarie: trasmissione di valori e significati connessi con il denaro; educazione alle differenti forme che il denaro può assumere e ai molteplici canali di credito; conoscenza dei rischi legati all’imprudenza nella gestione del denaro; orientamento al risparmio e al consumo responsabile. L’accesso alle risorse economiche costituisce in effetti uno degli elementi alla base della costruzione dell’identità personale in termini di consumi e stili di vita. Il denaro gioca un ruolo chiave nei processi di crescita, formazione dell’identità e di accesso ai ruoli adulti, in quanto strumento che consente la negoziazione dell’autonomia gestionale e dell’indipendenza rispetto alla famiglia di origine. In altre parole, la maggiore o minore disponibilità di denaro e il rapporto che con esso si può instaurare determinano evidenti differenze (in termini di tensioni, difficoltà oppure sostegno e agevolazioni) nei percorsi di raggiungimento dell’età adulta.
Tali considerazioni paiono di indubbia utilità se pensiamo alle peculiarità che caratterizzano le transizioni alla vita adulta nel contesto italiano. I giovani italiani restano nella categoria “figli” anche dopo il raggiungimento della loro indipendenza economica, e per più tempo di quanto non avvenga in altri paesi europei dove i giovani vanno ad abitare da soli o a convivere con un/una partner prima di aver trovato un lavoro e, solo in casi limitati, aspettano il matrimonio per cominciare a vivere per conto proprio. Al contrario, la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze italiani deve aver completato − prima di lasciare la famiglia di origine − una serie di tappe lungo il corso di vita: conclusione del percorso formativo, ottenimento di un lavoro sicuro, investimento sulla carriera professionale, acquisto di un’abitazione. L’uscita da casa deve avvenire con “tutte le carte in regola”, senza salti nel buio e soprattutto in un contesto di “certezze e sicurezze”. Ciò presuppone un preciso rapporto tra risorse (economiche e di cura) e generazioni, fortemente asimmetrico. È il fenomeno della “famiglia lunga dei giovani adulti”, in cui i figli restano in casa fino a 30-35 anni (e spesso oltre), mantenendo forti legami di dipendenza affettiva e/o economica e spostando sempre più avanti nel tempo la completa autonomizzazione dalla famiglia di origine. Ne consegue l’aggravarsi delle dipendenze/interdipendenze tra generazioni – sia per quanto riguarda l’aspetto economico che la dimensione della cura – delle tendenze di sovraccarico familiare e delle forme di doppia presenza: la sensazione è che questi figli siano fonte di una fatica sopportabile soltanto con grandi rinunce personali.
 
Diventa pertanto sempre più necessario ragionare congiuntamente su molte dimensioni, strettamente interconnesse: i molteplici e complessi significati sociali del denaro, il ruolo giocato dal denaro nei rapporti tra generi e generazioni e nei processi di accesso all’età adulta; al contempo, le difficoltà delle famiglie incontrate nel mantenere economicamente figli e figlie e nel sostenere spese per l’acquisto di oggetti che fanno “tendenza” (telefoni cellulari, abbigliamento, ultimi ritrovati tecnologici); la necessità di un uso consapevole delle risorse monetarie; l’economia del dono; la relazione tra denaro ed emozioni. Percorsi educativi di tale natura favorirebbero altresì la decostruzione di molti stereotipi di genere e verrebbero incontro al processo di riavvicinamento dei corsi di vita maschili e femminili sia sotto l’aspetto strutturale aumento del lavoro e della scolarizzazione femminili; assunzione, da parte delle donne, di responsabilità che prima appartenevano esclusivamente agli uomini; comune ritardato ingresso nella vita adulta sia dei modi con cui i corsi di vita sono progettati dagli stessi soggetti.

Elisabetta Ruspini

 

Sign of Education - Florian Doru Crihana
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