Maria Immacolata Macioti

La limousine e il somaro    

Una notevole limousine con le portiere spalancate. Lunga come si conviene, tale da far pensare a potenza e ricchezza. Non per nulla circolano, essenzialmente, le limousine, nelle grandi Avenue degli Stati Uniti d’America, nelle vie delle più importanti città della Russia, seconda potenza mondiale per armamenti. Quelle che abbiamo visto in Russia, sia bianche che nere. Alcune, addobbate con fiori ed enormi fedi nuziali sul tetto, per qualche matrimonio. A dire il vero, a New York sembra piuttosto normale vedere delle limousine. Anche se il traffico di superficie può essere difficoltoso e rallentato, queste lunghe automobili di rappresentanza sembrano di casa. Ce le aspettiamo. Forse siamo stati abituati dai film, che da anni e anni ne hanno fatto una presenza, in qualche modo, tipica. Scontata. Non che negli USA non ci siano macchine più modeste o persino persone che non hanno macchina, poche naturalmente, poiché anche lì esistono i poveri: ma basta evitare gli slum, certe vie ben note, gli angoli dove qualche senzatetto (quelli che in Italia vengono chiamati barboni) dorme in terra o semplicemente sta lì, in attesa non si sa di cosa, magari con il volto bianco di creme (ma forse questo accade solo in California?); basta evitare le vie dove immigrati o altri uomini sfortunati e ridotti ai margini della società, più o meno sobri, attendono un improbabile datore di lavoro, e si possono in buona parte ignorare, obliterare presenze sgradevoli.

Più difficile, questo, in Russia: qui anche nelle grandi città la povertà è ben visibile, difficilmente evitabile. Il tasso di alcoolismo è alto (sembra, più del 60% della popolazione adulta), circola droga (si parla di quattro milioni di tossicodipendenti, di ingresso in Russia dell’eroina). Laddove più famiglie vivono in coabitazione si hanno situazioni di grande precarietà: ci vivono per lo più donne e bambini, uomini che alla prima malattia del figlio tendono a scomparire. Cucina, bagno sono in comune; ma gli spazi in comune sono spazi di nessuno: da cui la situazione disastrosa di questi ambienti. C’è fame. Intorno ai grandi musei, agli antichi monasteri, poveri attendono l’elemosina, chiedono aiuto. Qualche volta, la polizia li scaccia. Ma anche gente distratta, che è lì per turismo, non può non accorgersi che il paese è ricco e povero; che il petrolio, le industrie, gli affari hanno portato benessere in certe aree ma non in larga parte del territorio. Che molte persone già in pensione sono costrette a fare un altro lavoro, o forse due altri lavori, per sopravvivere. C’è ricchezza, certamente. Tra l’altro, gli stipendi medi non giustificano certamente la presenza di tante macchine, del traffico intasato a S. Pietroburgo così come a Mosca, a Kazan, capitale della Repubblica del Tatarstan e altrove. Ovunque, case dirute; ma anche case in restauro, nuove costruzioni, città in espansione. C’è certamente una società divisa: accanto ai ceti alti, c’è sicuramente povertà relativa, oltre che vera e propria miseria. Sentiamo parlare ovunque, durante un recente viaggio con la rivista «Confronti» (fine agosto 2011), della forte, incisiva presenza della mafia che avrebbe preso ampi spazi negli ultimi anni, arricchendosi soprattutto con l’edilizia. Noi del resto, in Italia ne sappiamo qualcosa.

La bella limousine di Florian Dorun Crihana che ho avuto la possibilità di ammirare ha due porte aperte: verso quella posteriore si avvia un uomo d’affari. Come si può dire che si tratta di un uomo d’affari? Ce lo dimostra la postura, ce lo dimostrano l’abito (un completo giacca e pantaloni); la bombetta sul capo, la ventiquattrore stretta nella mano sinistra. Una valigetta che sembra uscita da un negozio di alta moda, solida, squadrata, certamente in pelle, con varie ripartizioni interne. Una valigetta che possiamo immaginare ricolma di carte importanti, di materiale riservato. Si avvia alla macchina, questo signore, su un tappeto rosso, quale si confà ai grandi che appaiono sullo scenario del mondo: basti ricordare un qualche atrio di banca, o un evento pubblico con politici di gran nome; per non parlare delle star. Qui però non c’è, mi sembra, cedimento ad alcuna frivolezza: il tempo è denaro, ci dice, piuttosto, il suo atteggiamento.

Dall’altra parte invece chi si avvia alla parte anteriore della lunga, classica vettura non è, come ci si potrebbe attendere, uno chauffeur in divisa, un pendant del passeggero. No. Sembra decisamente un tipico contadino. Lo denotano tale il vestiario trascurato, completato da un tondo, inelegante cappello, ma soprattutto un arnese da lavoro portato con nonchalance sulla spalla destra. Non una

pala, ma certo un arnese che verrà usato, che probabilmente è stato usato nel lavoro dei campi. Si dirige, questo essere, verso la parte anteriore della bella, ricca limousine. Cammina, lui, su un improbabile camminamento formato, apparentemente, da assi sbiadite. Forse, di vecchio legno sopravvissuto a giornate di sole bruciante, a piogge torrenziali. Che forma un sentiero dai contorni indefiniti, che è probabilmente consunto. L’uomo si avvia, certamente, verso la macchina: ma non già per guidarla, per profanarne gli eleganti sedili con le sua scarpe appesantite dalla terra, con i suoi vecchi abiti un po’ deformi. No. Va, più probabilmente, verso il suo asino. Che è stato opportunamente attaccato alla lunga, imponente macchina.

Un quadro inverosimile? Non per noi che viviamo in Italia, che abbiamo la fortuna di avere letto Trilussa. Che non ci siamo affatto dimenticati de L’automobile e er somaro.

Perché anche lì c’era un’automobile presuntuosa, che si gloriava della propria potenza, che sciorinava i suoi meriti: una sola automobile, diceva al povero asinello, ha la forza di cento e più cavalli! Cosa può mai dire o fare, al confronto, un somaro? Ma nel caso specifico il vanto non porta bene al veicolo: si infuoca tanto, nel vantare i propri meriti, che il motore, surriscaldato, scoppia. Ed ecco che un solo somaro sarà utile a cento e più cavalli. Indispensabile, anzi. Il somaro –ci par di vederlo- si permette un breve commento sarcastico che è poi un’oggettiva notazione. E si mette in azione. Perché si sa che il somaro è lento e paziente, ma è capace di una lunga tenuta, di molta fatica. Non sarà male ricordare allora la sempre bella e valida poesia di Trilussa.

 

Rottadecollo! –disse er Somarello

Ner vedè un’Automobbile a benzina.

-Indove passi tu, nasce un macello!

Hai sbudellato un cane, una gallina,

un porco, un’oca, un pollo…

Povere bestie! Che carneficina!

Che sfragello che fai! Rottadecollo!

 

-Non fiottà tanto, faccia d’impunito!

-rispose inviperita l’Automobbile.-

Se vede che la porvere e lo sbuffo

De lo stantuffo t’hanno intontonita.

Non sai che quanno io corro ciò la forza

De cento e più cavalli? E che te credi

Che chi vò fa carriera se fa scrupoli

Di quelli che se trova fra li piedi?

 

Io corro e me ne infischio e nun permetto

Che na bestiaccia ignobbile

S’azzardi de mancamme de rispetto!

 

E ner dì ste parole l’Automobbile

Ce mise dentro tanto mai calore

Che er motore, infuocato, je scoppiò.

 

Allora cambiò tono. Dice: -E mo?

Chi me rimorchierà fino ar deposito?

Amico mio, tu capiti a proposito,

tu solo poi sarvà la situazione!…

 

-Vengo- je disse er Ciuccio – e me consolo

Che cento e più cavalli a l’occasione

Hanno bisogno d’un somaro solo!

 

Chi sa se Florian Dorun Crhana conosceva questa bella poesia? Che ci dice, insieme al lavoro dell’artista romeno, che ovunque, a questo mondo, ci sono potere, peso del denaro, prepotenza, egoismo, rifiuto sprezzante degli altri. Che agli occhi del potente valori non legati al reddito, come l’oblatività, non contano. Che ci sono persone, i poveri, che non hanno diritto a vivere allo stesso livello dei ricchi. Che non hanno diritto a godere dello stesso rispetto, poiché non hanno lo stesso status. Perché, si sa, i diritti non sono uguali per tutti. I poveri animali uccisi dalla macchina in corsa non hanno peso, la loro morte non tocca l’arrogante veicolo. Ma non sempre tutto va in questa maniera: e può darsi che il contadino, il povero, il somaro saranno ricompensati, sia pure per un breve momento, delle sofferenze, dei soprusi patiti. Per un magico momento i rapporti possono capovolgersi. E loro, da gran signori, si permetteranno persino gesti magnanimi: perché il somaro di ieri è disponibile a portare al deposito la vettura arrogante, quella che ingloba in sé la forza di cento e più cavalli. E l’asino di oggi, quello dell’artista romeno, aspetta tranquillo che il padrone gli dia il via per tirare la orgogliosa limousine verso altri sentieri. Certo, il somaro fa una figura migliore della macchina a benzina. E l’asino e il contadino che aiutano la limousine in panne fanno, a loro volta, un gesto da gran signori. Saranno pure poveri, ma sono certamente ricchi di umanità e benevolenza.

 

Maria Immacolata Macioti

 

Country man - Florian Doru Crihana
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